Mi racconto

Da anni mi occupo di comunicazione, ipnosi, psicologia e crescita personale.
Mi sono avvicinato a queste argomentazioni proprio grazie al mio percorso di trasformazione.
Il mio primo vero lavoro di crescita personale l’ho fatto su me stesso.
Da ragazzo, avevo convinzioni limitanti, insicurezze, credenze che mi tenevano intrappolato in schemi rigidi, schemi che non mi permettevano di crescere, di cambiare, di credere in me stesso.
Ma ad un certo punto tutto ha cominciato a cambiare.
Ho iniziato a credere di più in me stesso e a intraprendere un mio nuovo percorso di vita, che ora mi accingerò a raccontare in queste pagine.
Grazie a questo percorso, oggi agli strumenti della psicologia, utilizzo tutto quello che ho imparato dalla mia esperienza per aiutare le persone a crescere e a raggiungere i loro obiettivi.

La mia storia
Sono nato a Gela, una piccola cittadina a sud della Sicilia (proprio sulla punta inferiore dell’isola), alle ore 15.30, del 6 luglio dell’anno 1967.

Mio padre, Giuseppe, era originario di Udine, una bellissima città, del Friuli Venezia Giulia.
Di Udine ho dei ricordi bellissimi.
Ogni anno, durante le Vacanze di Pasqua, ci recavamo in questa stupenda cittadina.
Mio padre apparteneva ad una famiglia di contadini.
Quando andavamo nella sua città nativa, era bellissimo prendere contatto con la natura.
Facevo lunghissime passeggiate tra i campi coltivati e passavo moltissimo tempo ad osservare il comportamento degli animali nelle stalle della tenuta.
Cavalli, mucche, conigli, galline, mi sembrava di essere in uno di quei cartoni animati di Heidi.
Mio papà perse i genitori molto presto, a distanza di soli sei mesi l’uno dall’altra.
Appena adolescente, fu arruolato nel corpo dei geni guastatori e mandato a combattere durante la seconda guerra mondiale.
Durante il conflitto fu fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in un campo di concentramento.
Non ricordo il nome del campo in cui è stato portato, ma conservo vividi i racconti di tutte le atrocità che mio padre vide e visse e che mi confidò negli anni a seguire quando ero già adolescente.
Dopo la guerra, iniziò a lavorare come carpentiere in ferro in Italsider, una delle maggiori aziende siderurgiche italiane di quel tempo.
Per esigenze di lavoro girò molto.
Fu trasferito in diverse città italiane, fra cui Gela, una bellissima località siciliana affacciata sul mare.
Lì conobbe mia madre, Anna.
Mia mamma era la classica donna all’antica, come all’epoca si usava dire per descrivere una donna dedita alla casa e alla famiglia.
Mia madre non ebbe un’infanzia felice.
Sua mamma, mia nonna Giovanna, era una donna molto severa, una sorta di generale.
Fin da piccola l’aveva costretta a stare in casa per occuparsi delle faccende domestiche e ad accudire i suoi fratelli.
Niente scuola, nessun divertimento.
Mia mamma non conosceva nulla di tutto ciò.
Una vera e propria schiava.
Ma preferisco ricordarla come una cenerentola.
Per fortuna mio padre se ne innamorò.
Una mattina mentre andava a lavorare, la vide sul balcone di casa intenta a stendere i panni e ne rimase colpito per la sua semplicità e delicatezza.
Fu amore a prima vista.
Decise di conoscerla.
A quei tempi non era così semplice dichiararsi ad una donna.
Soprattutto in Sicilia.
Dovette aspettare di parlare con il padre di mia mamma, mio nonno Angelo, e chiedere la mano di sua figlia, come si usava fare a quei tempi.
Mio nonno ne parlò con i suoi figli maschi, i fratelli di mia madre, con i quali mio padre si dovette confrontare.
A “riunione” finita, nonno Angelo, diede il “lascia passare” e fu concesso a mio padre di incontrare mia madre.
Per i primi tempi, i loro incontri erano “scortati” dai familiari di mia mamma.
A quei tempi, non era concesso che una donna uscisse da sola con il fidanzato.
Dietro ai due futuri sposini, c’era una sorta di processione a tenerli d’occhio.
Nel giro di poco tempo, dopo essersi frequentati, i miei genitori si poterono sposare.
Era il 25 settembre 1962.
I primi anni di matrimonio, i miei genitori, li passarono a Gela, ma da lì a poco, a causa del lavoro di mio padre, si trasferirono, prima a Taranto e poi a Genova dove, il 21 aprile del 1964 nacque mia sorella Giusy.
Dopo circa tre anni, i miei genitori, insieme a mia sorella, tornarono a Gela, per via del lavoro di mio padre.
Fu lì che il 6 luglio del 1967, venni al mondo.

Da piccolo
Sono profondamente grato di essere nato in una famiglia semplice ed umile. 

Mio padre mi ha trasmesso il senso del dovere.
Mia madre mi ha insegnato il rispetto e l’educazione.
Da piccolino, ero un bambino timido e insicuro. 

A scuola non andavo molto bene.
Non perché non studiavo, ma perché mi vergognavo a ripetere alle insegnanti, le lezioni che avevo imparato a casa sui libri. 

I miei voti pertanto non erano un granché. 

Ricordo che un giorno, la professoressa di italiano disse a mia madre che, finite le scuole medie, sarei dovuto andare a lavorare perché non ero “portato” per lo studio.
In quello stesso anno, venni bocciato.
Ero in prima media.
Quella bocciatura per me fu una vera e propria mazzata.
Piansi per tutta l’estate e promisi a me stesso di non farmi più bocciare.
Dovevo diventare più sicuro, impegnarmi di più per essere promosso.
Così fu.
Per tutto il periodo scolastico, dalle medie fino alle scuole superiori, fui promosso tutti gli anni senza mai essere rimandato. 

Quella bocciatura per me fu una grande lezione.

Mi diede una scossa.
Mi permise di riscattarmi.
Di togliermi dal guscio dell’insicurezza.
Oggi si tende a non bocciare.
Ma così facendo, il messaggio che viene trasmesso è che anche se non fai nulla verrai comunque promosso.
E questo da un punto di vista pedagogico, incentiva i ragazzi a non sforzarsi a non essere stimolati nella crescita personale.
Perché tanto la promozione arriverà ugualmente.
Gli anni delle medie li ricordo come anni difficili.
Ma non solo per lo studio.
Sono stati anni sofferti in cui per via della mia timidezza e del mio peso, venivo bullizzato.
Mi chiamavano ciccione, e la cosa mi feriva tantissimo.
Fu un periodo complicato, ma con il supporto della mia famiglia, imparai ad essere più forte.
Alle superiori per fortuna le cose cambiarono.
Con lo sviluppo, ero diventato magro e con i compagni di classe c’era un buon rapporto. 

Anche nello studio le cose andavano meglio.
Come scuola avevo scelto un istituto professionale di elettronica, materia che mi appassionava sin da piccolo.
Già a 6 anni, infatti, smontavo radio, tv ed elettrodomestici di ogni tipo che trovavo in casa.
Non solo per aggiustarli, ma anche per osservare come erano fatti dentro.
Stavo ore e ore ad osservare tutti i fili aggrovigliati e i circuiti elettronici.
Ricordo ancora l’odore della bachelite, il materiale che si usava all’epoca per realizzare i circuiti stampati sui quali venivano sistemati i componenti elettronici come: valvole, transistor, diodi, condensatori, resistenze, ecc.
Con un po’ di pratica, iniziai a costruire piccoli dispositivi elettronici, robottini, radioline, telecomandi, con pezzi recuperati da vecchie carcasse elettromeccaniche ed elettroniche.
Nessun oggetto era al sicuro dalla mia curiosità.
Anche le bambole di mia sorella non ebbero scampo.
Quelle che parlavano, smisero di farlo.
Avevo scoperto che a farle parlare era un piccolo motorino elettrico posto sul retro della bambola, che azionava un dischetto di vinile sul quale erano state incise le parole.
Quei motorini mi servivano per far correre le mie macchinine e per costruire dei piccoli ventilatori alimentati a pile.
Durante gli anni delle scuole superiori, cominciai a lavorare come tecnico elettronico a domicilio.
Amavo riparare dispositivi elettronici di ogni tipo, dagli elettrodomestici alle radio e TV.
Grazie al passa parola, mi ero fatto un ristretto numero di clienti che ogni volta che avevano bisogno di una riparazione mi chiamavano.
Per me non era solo un lavoro che mi dava la possibilità di avere qualche soldo per le mie cose, ma una vera e propria passione. 

In più mi rendeva felice essere d’aiuto alle persone che chiedevano il mio intervento per risolvere i loro problemi tecnici.
Oltre a riparare, mi piaceva moltissimo inventare e progettare dispositivi elettronici di ogni tipo (telecomandi, temporizzatori, amplificatori, mixer, trasmettitori FM, lampeggiatori, ecc.).

Tra i miei progetti più gettonati c’era un antifurto per auto con tastiera numerica a combinazione elettronica.
Molti miei amici mi chiesero di istallarlo nella loro auro.
Era un antifurto diverso da quelli che vi erano in commercio.
L’unico ad avere una tastiera elettronica da posizionare sul cruscotto.
Finché non veniva digitato il codice giusto, il motore della macchina non partiva.
Era la cosa che piaceva di più.
Dava quel tocco di super-tecnologico. 


Il periodo da inventore
Dopo la maturità partii per il servizio militare.
All’epoca la leva era obbligatoria ed io non ero per niente contento di essere stato arruolato.
Fui assegnato all’Aeronautica, nel corpo speciale VAM (vigilanza aeronautica militare), dove trascorsi un anno facendo turni di guardia armata.
Per rendere quel periodo più sopportabile, nel tempo libero mi dedicai alle invenzioni. 

Nella mia mente passavano in rassegna moltissimi dispositivi che desideravo inventare. 

Era un pensiero fisso, ma piacevolissimo. 

Mi portai in caserma l’enciclopedia “Elettronica e Informatica” della Erickson, che avevo raccolto con le uscite in edicola.
Passavo il tempo libero a immaginare e progettare nuove idee.
Una delle mie invenzioni progettate durante il militare, fu uno speciale televisore che emetteva gli odori delle immagini mandate in onda. 

In sostanza se veniva trasmesso un documentario sul mare, ecco che veniva riprodotto l’odore di salsedine.
Se la trasmissione televisiva riguardava la preparazione della ricetta di un pollo al forno, ecco che fuoriusciva l’odore di quella pietanza.
Per la natura stravagante dell’invenzione, la notizia del televisore ad odori, fece il giro del mondo. 

Fui invitato a parlare di questa particolare invenzione, in moltissime trasmissioni televisive, tra cui “Il Maurizio Costanzo Show”.
Fu un’esperienza bellissima.
Non ero mai stato in televisione e il mondo dello spettacolo mi affascinava molto.
Grazie a questa esperienza, ho avuto l’occasione di conoscere di persona molti presentatori della TV come: Maurizio costanzo, Gerry Scotti, Gianfranco Magalli, Paolo Bonolis, Luca Laurenti, Fabrizio Frizzi, ecc.
Un altro dispositivo da me inventato fu “Il tele-segnalatore di intralcio per autoveicoli”. 

Si trattava di un particolare apparecchio composto da un “sensore di prossimità” (un rivelatore della umana), da appiccicare all’interno del parabrezza dell’auto e da un piccolo portachiavi da tenere in tasca. 

Nel caso in cui l’auto, alla quale veniva installato il sensore di prossimità, si trovava in doppia fila o lasciata davanti ad un garage, ecco che appoggiando una mano sul parabrezza (in prossimità del sensore), partiva un segnale che faceva suonare il portachiavi del proprietario per richiamare la sua attenzione. 

Oltre a dispositivi utili in ambito casalingo, hobby e personale, mi dedicai anche a quelli riguardanti i giochi e lo svago. 

Inventai “il cerca anima gemella”, una sorta di portachiavi elettronico che permetteva di trovare il partner desiderato.
Si trattava di un piccolo dispositivo portatile radio-trasmittente, sul quale memorizzare sia le proprie caratteristiche, sia quelle del partner cercato, ovvero, il colore dei capelli, degli occhi, l’altezza, ma anche il tipo di lavoro, le abitudini, i desideri, ecc.
L’invenzione poteva essere distribuita e acquistata nei negozi di giocattoli.
Era formata da un piccolo ricevitore e trasmettitore che comunicava con tutti gli altri dispositivi simili via etere. 

Nel caso in cui ci si incrociava con la persona che aveva le caratteristiche ricercate (e viceversa), i due dispositivi riconoscendosi si sintonizzavano scambiando i dati per il contatto (nome e numero di telefono).
All’epoca, internet e le chat non esistevano ancora, e il sistema aveva suscitato molta curiosità.

L’ultima invenzione alla quale mi dedicai fu quella del “preservativo musicale”, un profilattico tecnologico che, in caso di rottura, ti avvisava con una musica. 

Questa idea mi era venuta in mente proprio perché spesso i profilattici durante l’uso si rompono e c’è il rischio di andare in contro a gravidanze inaspettate o a eventuali malattie.
Il fatto che questo profilattico era dotato di un dispositivo d’allarme, in caso di rottura, era una sicurezza in più per chi ne avesse fatto uso.
Questa invenzione, per la sua natura bizzarra e per i tabù dell’epoca, non venne presa nei sui giusti termini scientifici.
In realtà, questa invenzione fu dettata più dalla mia ironia e provocazione più che da una soluzione tecnica al problema.

Gli anni di studio
L’esperienza delle invenzioni mi diede modo di rimanere aggiornato nel campo dell’elettronica. 

Grazie alle competenze acquisite, infatti, riuscii a superare la prova tecnica per l’assunzione presso una multinazionale in telecomunicazioni.
Fu un traguardo che mi riempì di gioia e mi permise di lavorare in uno dei settori più stimolanti ai quali potevo ambire. 

Spinto dal desiderio di approfondire le mie conoscenze e specializzarmi ulteriormente nell’elettronica, nello stesso periodo decisi di iscrivermi alla facoltà di ingegneria.
I settori che mi affascinavano di più erano la robotica e la bioingegneria.
In quel tempo l’università di Genova aveva attivato dei corsi serali per i lavoratori.
E così potei frequentare le lezioni serali.
Strada facendo però mi resi conto che non riuscivo a stare al passo.
Non tutte le materie mi piacevano e per arrivare a quelle che mi affascinavano di più dovevo prima passare dai mattoni più duri.
E questo mi sconfortava.
Dopo due anni, decisi di abbandonare ingegneria e passare a fisica.
Anche fisica mi piaceva come materia.
Ma anche in questo caso, non riuscii a portare a termine il percorso.
Certo, non era per niente semplice.
Lavoravo tutto il giorno e, stanchissimo, andavo a lezione di sera.
Ma c’era qualcosa di più della stanchezza che mi bloccava.
Stavo inseguendo un sogno non mio. 

Da lì a poco, decisi di abbandonare gli studi e chiusi con l’università, dedicandomi esclusivamente al lavoro.

L’incontro con la filosofia
Negli anni successivi mi dedicai esclusivamente al lavoro.
Ero soddisfatto di lavorare in un settore, quello dell’elettronica, che sin da piccolo mi appassionava e che amavo tantissimo.
La mia azienda, inoltre, mi permetteva di aggiornarmi costantemente attraverso corsi e trasferte in altre parti d’Italia.
L’idea dell’università era oramai lontana.
O, almeno così pensavo, finché in un pomeriggio d’estate, mentre mi trovavo in ufficio, ricevetti una telefonata da un collega. 

Avevo da poco lasciato il settore tecnico per passare a quello commerciale. 

Il mio collega mi chiese in che modo anche lui poteva passare al settore in cui mi ero trasferito. 

Mi spiegò che si era da poco laureato in filosofia e che voleva sfruttare i suoi studi umanistici in un settore più appropriato. 

Avevo percepito il suo desiderio di crescita personale e professionale e la voglia di rimettersi in gioco.

La sua storia mi colpì. 

Un uomo di quarant’anni, sposato, con tre figli, che aveva ripreso e terminato gli studi universitari nonostante gli impegni della vita lavorativa e personale.
Questa sua determinazione aveva riacceso in me il desiderio di riprendere il percorso universitario.
Un desiderio che il tempo e gli impegni della vita, avevano affievolito.
Accolsi la sua richiesta di aiuto, ma ad un patto: che mi avrebbe dovuto spiegare in che modo era riuscito, nonostante il lavoro e gli impegni familiari, a completare la sua carriera universitaria.
Fu d’accordo.

Ci demmo appuntamento in una vecchia centrale telefonica dove ci scambiammo tutte le informazioni che ci eravamo promessi.

Da dopo quell’incontro, dentro di me scattò qualcosa di magico.
Mi iscrissi in quello stesso anno al corso di laurea in filosofia all’università di Genova.
Ma a differenza del passato, avevo trovato un metodo efficace per seguire al meglio la tabella di marcia.
Non appena un professore pubblicava la data d’appello dell’esame, mi iscrivevo immediatamente nella lista per candidati.
Era un modo per impegnarmi a studiare e a presentarmi agli esami senza nessuna scusa.
E funzionò davvero.
Con impegno e costanza, Il 14 novembre discussi la mia tesi di filosofia e mi laureai.
Il quello stesso periodo, alla felicità della laurea si sovrappose il dolore della morte di mio padre.
Una emorragia cerebrale in seguito ad una caduta l’aveva portato via.
L’ultima volta che lo vidi fu a casa mia.
Era venuto a trovare me e mio figlio Matteo (quello più grande), che all’epoca aveva appena due anni.
Quel pomeriggio io e mio papà, parlammo dell’argomento della mia tesi.
Era molto contento che fossi riuscito a portare a termine i miei studi.
Inizialmente non aveva capito il perché di quel percorso.
Avevo già un lavoro con contratto a tempo indeterminato e per lui non c’era ragione di pianificare un percorso nuovo per cambiare lavoro.
Dopo un caffè insieme, lui si alzò e si avviò verso la porta di casa per uscire.
Lo accompagnai e lo seguii con lo sguardo.
Iniziò a scendere le scale andando giù verso il portone.
Ricordo che indossava una camicia bianca e un paio di pantaloni grigio scuro.
Elegantissimo come sempre.
Tra uno scalino e l’altro, si voltava per salutare il suo nipotino che si era nel frattempo seduto sul gradino del pianerottolo ad osservare il nonno che andava via. Arrivato in fondo alle scale mio padre aprì il portone e prima di uscire si girò per salutarci.
Quella fu l’ultima volta.

Dalla filosofia alla psicologia
Ero entusiasta del percorso che avevo intrapreso.
L’indirizzo del corso di laurea in filosofia che avevo scelto aveva un orientamento psicologico e pedagogico, argomenti che mi avevano fatto appassionare allo studio della mente umana.
Più studiavo e più sentivo crescere dentro di me una curiosità profonda verso il funzionamento della mente, delle emozioni, dei comportamenti.
Così decisi di fare un passo ulteriore.
Decisi così di iscrivermi a corso di laurea in psicologia all’Università di Pavia.
All’epoca a Genova la facoltà di psicologia non esisteva ancora.
Nonostante gli impegni e le difficoltà che un percorso universitario inevitabilmente comporta, avevo la sensazione che tutto scorresse con naturalezza.
Studiare per me era diventato qualcosa di piacevole e divertente, una vera e propria passione, come lo è ancora oggi.
Leggevo moltissimo e riuscivo a memorizzare i libri con grande facilità e senza sforzo.
Eppure tutto questo stava accadendo in un momento molto difficile della mia vita.
Dopo la morte di mio padre, poco dopo, mia mamma si era ammalata e nel giro di breve tempo anche lei ci aveva lasciato.
Ma, nonostante tutto, sentivo di aver trovato la mia strada e stavo facendo ciò che davvero volevo.
Finalmente avevo capito la differenza tra “volere” e “desiderare”.
Non sempre quello che desideriamo corrisponde a quello che vogliamo veramente.
“Volere” e “desiderare” possono essere due cose completamente diverse.
Io sono riuscito a portare a termine gli studi filosofici e psicologici perché erano ciò che volevo davvero.
Una scelta sentita, profonda.
Le difficoltà che avevo incontrato a ingegneria, erano legate al fatto che quella non era la strada che volevo veramente percorrere.
Si trattava di un desiderio, ma non mio.
Un desiderio influenzato dal periodo storico.
Erano gli anni del boom dell’elettronica.
Anni in cui tutti sognavano di diventare esperti di quel settore.
In televisione, sui giornali, in famiglia, a scuola, si parlava continuamente di scoperte, innovazioni e progresso tecnologico.
La tecnologia era in continuo sviluppo e tutti erano, in qualche modo, affascinati e influenzati da questo progredire della tecnica.
Specializzarsi e lavorare nel mondo dell’elettronica e dell’informatica era diventato il sogno di tutti.
Molto spesso, quelli che crediamo essere i nostri desideri, in realtà, non appartengono davvero a noi.
Appartengono alla società, alle aspettative dei genitori, alle tradizioni, alle mode del momento, alla cultura in cui siamo immersi.
Insomma, desideri chiusi nel cassetto di qualcun altro.
E così ci ritroviamo a inseguire sogni che non sono i nostri.
Come succede oggi nell’era dei social, ad esempio, dove molte persone — soprattutto i giovani — desiderano fare gli influencer.
Ma quando provano davvero a calarsi in quel ruolo, spesso scoprono che non è la cosa che vogliono davvero.
Lo stesso accade con gli hobby, lo sport, gli svaghi o molte scelte professionali.
Ma come si può capire se una cosa la vogliamo veramente o se è un desiderio che non ci appartiene?
La risposta a questa domanda sta nello sperimentare.
Fare esperienza concreta di ciò che crediamo di desiderare.
Porto un esempio che riguarda direttamente la mia vita.
Qualche anno fa sentivo il desiderio di intraprendere la strada dell’imprenditoria nel settore della ristorazione.
Così, insieme a mio figlio Matteo, aprii una piccola hamburgeria d’asporto chiamata “Burger & Chips”.
Le cose andarono bene fin da subito e, preso dall’entusiasmo, iniziai a immaginare qualcosa di più grande: creare una catena di locali con lo stesso marchio, che avevo registrato.
L’idea di diventare imprenditore mi affascinava molto e, giorno dopo giorno, mi convincevo sempre di più che una parte del mio futuro potesse trovarsi anche nel mondo della ristorazione.
Così mi misi al lavoro.
Fondai una società, iniziai a individuare nuovi locali e a reclutare il personale e i fornitori delle materie prime.
Per un po’ tutto andava per il verso giusto.
Ma col passare del tempo iniziai ad accorgermi che quello che stavo portando avanti non mi entusiasmava.
Quello che avevo “visto” nella carta non corrispondeva alla realtà che stavo vivendo.
Molte cose non mi entusiasmavano più come all’inizio.
Poco alla volta iniziai a perdere entusiasmo.
Non sto ad elencare nel dettaglio i particolari.
Ma l’aver messo in pratica quel progetto, mi ha fatto capire che la strada dell’imprenditoria nella ristorazione non era quella giusta per me.
Eppure sono felice di averlo fatto.
Quell’esperienza mi ha insegnato a capire quali sono le cose che voglio davvero.
Se non avessi realizzato quel progetto, forse sarei ancora qui a pensare a quel sogno da realizzare.
Invece, facendo quell’esperienza, ho capito quanto io fossi distante da quel mondo.
E per quanto riguarda il denaro perso in quel progetto?
Beh… grazie a quell’esperienza ho imparato una lezione importante.
Mi sono formato.
E la formazione ha sempre un costo.
La differenza tra volere e desiderare è fondamentale in molti ambiti della nostra vita.
Capire se qualcosa la vogliamo davvero o se si tratta di un desiderio che non ci appartiene può aiutarci a sciogliere molti dei nostri nodi interiori.
A questo proposito mi viene in mente un episodio accaduto alcuni anni fa con un mio paziente.
Si presentò nel mio studio un giovane uomo, sposato e con due figli.
Mi raccontò che da circa due mesi aveva ritrovato sui social una sua ex fidanzata.
Una donna molto bella che aveva conosciuto ai tempi dell’università e con la quale aveva avuto una breve relazione.
La loro storia era finita presto: vivevano in città diverse e, nel tempo, erano emerse alcune incomprensioni.
Dopo tanti anni, però, si erano ritrovati sui social.
Entrambi sposati, avevano ricominciato a parlare del loro nostalgico passato.
L’uomo mi raccontò che, da quando ha ripreso i contatti con la donna, non riusciva a smettere di pensare a lei.
Ed era proprio per questo motivo che si era rivolto a me per capire se fosse meglio incontrarla oppure cercare di cancellarla dalla testa.
Opzione, quest’ultima, che non riusciva affatto a mettere in pratica.
Non sono uno di quelli che in situazioni del genere fa la morale del tipo: “Sei sposato, hai una famiglia e dei figli, devi dimenticarla”.
Un approccio del genere non serve a nulla.
E tra l’altro non rientra nei compiti della mia professione.
Davanti a me c’era un uomo che desiderava incontrare a tutti i costi quella donna e che, nessuno gli avrebbe levata dalla testa.
Incontrarla, lo avrebbe messo di fronte a due possibilità: rimanerne colpito e iniziare una storia clandestina, oppure, scoprire di non provare più i sentimenti e l’attrazione di un tempo.
Per come mi aveva raccontato la loro storia, sinceramente, mi sembrava piuttosto improbabile che potesse scattare nuovamente la scintilla.
La loro relazione, in passato, era stata piena di litigi, incomprensioni e con visioni opposte della realtà.
Così gli suggerii di incontrarla.
E lui lo fece.
La sera stessa la contattò e fissarono un appuntamento.
Due giorni dopo partì per la città della donna e si incontrarono.
Fu un totale disastro.
Appena la vide rimase profondamente deluso.
Non tanto per l’aspetto fisico — negli anni anche lui era cambiato — quanto per il fatto che ritrovò in lei gli stessi comportamenti e gli stessi atteggiamenti che avevano caratterizzato i loro litigi di un tempo.
Cose che lui, nel frattempo, aveva completamente dimenticato.
Alla seduta successiva si presentò nel mio studio sorridente.
Mi raccontò che grazie a quell’incontro si era tolto tutti i dubbi che lo tormentavano.
Finalmente era libero con la testa.
Era consapevole che, se non l’avesse incontrata, probabilmente avrebbe continuato a portarsi dietro per anni il tarlo del dubbio.
Naturalmente qualcuno potrebbe chiedersi: e se tra loro fosse scattata di nuovo la scintilla?
In quel caso l’uomo si sarebbe trovato davanti a una situazione completamente nuova da gestire.
Ma in questa storia c’è anche un altro elemento importante.
La debolezza che aveva manifestato quel mio paziente era in realtà il riflesso di una crisi di coppia che stava vivendo con la moglie.
Quell’esperienza lo aiutò a riflettere sulla sua vita familiare e su ciò che desiderava davvero per la sua vita.

La psicofilosofia
Durante il mio primo percorso di studi filosofici, mi avvicinai a quella parte della filosofia che amo definire “pratica”. 

Era il periodo in cui si cominciava a parlare di consulenza filosofica, ovvero, della filosofia come strumento per la gestione dei problemi esistenziali e relazionali della persona. 

A scatenare questa corrente di pensiero fu, Lou Marinoff, professore di filosofia dell’università di New York, con la pubblicazione del suo libro “Platone è meglio del Prozac”.
Fu un successo planetario tradotto in più di 20 lingue.
Attratto dal fascino della filosofia come strumento di cura dell’anima, mi dedicai alla ricerca di nuovi metodi che potessero essere utilizzati come strumenti per il superamento dei disagi esistenziali e relazionali dell’uomo. 

Ideai il termine “psicofilosofia”, un neologismo per descrivere al meglio le strategie e gli stratagemmi filosofici della mia ricerca. 

Attraverso l’Associazione Italiana Psicofilosofi, che fondai nel 2000, iniziai ad istituire un percorso formativo ed un albo che preparasse e raggruppasse esperti in questo settore. 

Grazie al lavoro svolto in quegli anni, oggi, molte scuole di counseling e di coaching, attingono agli studi della psicofilosofia e, in generale, della filosofia pratica.

Coach e counselor
I primi passi come professionista nella relazione di aiuto, li ho mossi lavorando come sia coach che Counselor. 

La filosofia mi affascinava profondamente e utilizzarla per promuovere il cambiamento delle persone era una sfida stimolante e motivo di ricerca e sviluppo della psicofilosofia. 

Naturalmente, utilizzare la filosofia come strumento per lo sviluppo e la crescita personale, non significa raccontare ai propri clienti la vita dei filosofi e il loro pensiero.
Le conoscenze filosofiche ci permettono di acquisire una forma mentis e uno sviluppo del pensiero critico, che ci conduce ad una visione più ampia del mondo e ad esaminare la realtà da prospettive diverse. 

La ricerca nell’ambito della filosofia pratica, la continuo a fare tutt’oggi.
Non ho mai smesso di approfondire le mie ricerche e la mia formazione in questo ambito.
Gli strumenti della filosofia pratica sono fondamentali, ci aiutano a comprendere e a ridefinire gli aspetti cognitivi, affettivi ed emozionali dell’uomo.

Dalla psicofilosofia alla psicologia
Mi sono laureato in psicologia mentre svolgevo il mio lavoro di Coach e Counselor.
Questo percorso è stato graduale e si è sviluppato in modo sequenziale.
Continuare a studiare per me significa aggiornarmi costantemente e acquisire nuovi strumenti per poter aiutare le persone ad esprimere il loro potenziale, aiutarli nella loro crescita e accompagnarli al cambiamento.
Mi trovai, così, ad avere i requisiti per poter svolgere la professione di psicologo.
Sostenni l’esame di stato e mi iscrissi all’albo.
Cominciare come psicologo significava seguire le linee guida della psicologia, modificare gli aspetti burocratici, i codici delle attività e quelli professionali: ci sono casse mutue professionali differenti alle quali iscriversi.
La cosa strana è che tutto cambiava tranne me.
Io rimanevo quella stessa persona che prima di diventare psicologo, aveva fatto studi filosofici, pedagogici e antropologici.
Che aveva studiato la comunicazione, le dinamiche relazionali e le strategie psicofilosofiche per la gestione dei disagi esistenziali e relazionali che affliggono l’essere umano.
Ma tutto questo dovevo cancellarlo?
Dovevo separare le conoscenze apprese dal sapere filosofico, antropologico e pedagogico, da quelle del sapere psicologico?
Assolutamente no.
Non è possibile fare una separazione del sapere.
Ogni disciplina è un bagaglio culturale che ci forma e ci consente di avere una visione più ampia delle cose. 

Ciò che ho fatto è integrare le conoscenze acquisite.
Non si può scindere ciò che siamo diventati attraverso l’apprendimento, perché ogni cosa che impariamo contribuisce a costruire la nostra persona. 

Nel mio lavoro clinico, le conoscenze filosofiche acquisite in precedenza, mi hanno permesso di avere strumenti in più per aiutare i miei pazienti.
Questo è uno dei motivi per cui amo approfondire materie diverse, che mi consentono di acquisire un pensiero critico e di avere una visione complessiva dell’essere umano.

L’incontro con l’ipnosi
All’ipnosi mi sono avvicinato ancor prima di intraprendere gli studi accademici in filosofia e psicologia.
Mi iscrissi ad un corso di PNL (programmazione neuro-linguistica) a Milano, negli anni 90 del secolo scorso. 

Fu lì che appresi le prime tecniche di ipnosi spinto dal desiderio di comprendere meglio il funzionamento della mente inconscia ed imparare le principali tecniche di ipnosi utilizzate nella gestione delle emozioni e nel potenziamento delle risorse personali.

È strano pensare come a distanza di tanti anni, quel corso si sia rivelato fondamentale per la mia vita professionale. 

Un corso semplice che ha permesso di aprire le porte alla mia curiosità. 

A quella disciplina chiamata Ipnosi, per la quale nutro una grande passione e che da quel momento è diventata uno strumento indispensabile nella mia attività professionale.
Da allora la mia ricerca e lo studio sull’ipnosi non ha smesso di far parte della mia vita.
Oggi utilizzo l’ipnosi in ambito clinico, per aiutare i miei pazienti nella gestione delle difficoltà emotive, nella crescita personale e per riscoprire le proprie potenzialità e raggiungere nuovi obiettivi.
La passione per l’ipnosi non si limita alla pratica personale.
Mi ha spinto a creare corsi di formazione dedicati ai professionisti della salute.
Credo fermamente nelle potenzialità curative dell’ipnosi e sento il bisogno di condividerne i benefici, formando professionisti in grado di utilizzarla per migliorare la qualità della vita dei loro pazienti.

Ma che cos’è l’ipnosi?
Il termine ipnosi deriva dal greco ‘ypnos’ e significa “sonno”.
In realtà, contrariamente a quanto suggerisce l’etimologia, l’ipnosi non ha nulla a che fare con il dormire.
L’ipnosi è uno stato modificato di coscienza, una condizione mentale che tutti noi sperimentiamo spontaneamente nella vita quotidiana.
Pensiamo a quante volte ci capita di guidare, cucinare o lavorare mentre la nostra mente vagava altrove.
Ma nonostante ciò, ci troviamo a destinazione senza ricordare la strada percorsa, il piatto di cibo preparato o il lavoro portato a termine.
Sono tutti stati ipnotici, nei quali la parte cosciente della mente si allontana per lasciare spazio a quella più profonda dell’inconscio.
Nello stato ipnotico, l’attenzione della persona è orientata verso uno stato mentale interiore.
Il soggetto si distacca dalla percezione del mondo esterno per orientarsi verso il suo mondo interiore, fatto di pensieri, immagini, suoni, sensazioni ed emozioni.

Sfatando i falsi miti sull’ipnosi
Attorno all’ipnosi esistono ancora oggi numerosi pregiudizi e idee errate, spesso alimentati da ciò che si vede nei film o negli spettacoli televisivi.
Una delle convinzioni più diffuse è che, entrando in uno stato di trance ipnotica, la persona perda coscienza o cada in una sorta di sonno profondo, simile allo svenimento o addirittura al coma.
In realtà non accade nulla di tutto questo.
Durante lo stato ipnotico la persona rimane sempre cosciente e mantiene il contatto con la realtà circostante.
È consapevole di ciò che sta accadendo e conserva la capacità di interrompere l’esperienza in qualsiasi momento.
Un altro luogo comune riguarda la figura dell’ipnotista.
Nell’immaginario collettivo si pensa spesso che chi pratica l’ipnosi possieda una sorta di “potere magico” o una capacità misteriosa di controllare la mente degli altri. Ma anche questa è un’idea completamente sbagliata.
Il processo ipnotico è semplicemente il risultato di tecniche di induzione specifiche, apprese attraverso una formazione seria e professionale.
L’ipnotista non impone uno stato mentale alla persona, ma la guida verso una condizione che la mente umana è naturalmente in grado di sperimentare.
L’ipnosi quindi non è un fenomeno misterioso o paranormale.
È uno stato naturale della mente che ogni essere umano possiede e che consente di accedere alle nostre risorse personali inconsce.

L’induzione ipnotica
Per indurre uno stato ipnotico in un soggetto, è necessario ricorrere a tecniche specifiche che variano in base al contesto e agli obiettivi prefissati.
Esistono numerose modalità di induzione ipnotica, ognuna con caratteristiche e applicazioni diverse.
Tra le tecniche più classiche spiccano quelle basate sull’uso del linguaggio verbale e del tono della voce.
Attraverso frasi accuratamente costruite e un tono di voce pacato e rassicurante, l’operatore guida il soggetto verso uno stato di profondo rilassamento.
Questo tipo di comunicazione verbale crea un ambiente favorevole per l’accesso alla dimensione inconscia della mente.
Ma, l’induzione ipnotica non si limita al linguaggio parlato.
Anche la comunicazione non verbale gioca un ruolo fondamentale.
Gesti, posture e movimenti di contatto, eseguiti seguendo procedure precise, possono facilitare l’accesso a uno stato ipnotico.
La combinazione di segnali verbali e non verbali consente di adattare l’induzione alle esigenze e alle caratteristiche del soggetto, rendendo il processo più efficace.
Va sottolineato che l’argomento è estremamente vasto e complesso, difficile da esaurire in una trattazione teorica.
Non solo.
Le tecniche di induzione ipnotica, per quanto affascinanti, richiedono un apprendimento pratico.
Come accade nelle discipline marziali, dove è impossibile padroneggiare arti come il Karate o il Kung Fu leggendo semplicemente un libro.
Anche l’induzione ipnotica deve essere appresa attraverso l’esperienza diretta.
Considero l’induzione ipnotica una vera e propria arte.
Come tale, richiede esercitazioni pratiche e un insegnamento guidato da professionisti esperti e qualificati.
Solo attraverso la pratica si può affinare la sensibilità necessaria per utilizzare efficacemente queste tecniche, trasformandole in uno strumento potente per il benessere delle persone.

Ipnosi e diffidenza
L’ipnosi è spesso accolta con un certo scetticismo.
Nonostante ciò, i suoi fondamenti sono solidamente scientifici e nulla hanno a che vedere con il mondo della magia.
Già nel 1942, in Inghilterra, il medico chirurgo Ward effettuò un’amputazione di una gamba utilizzando l’ipnosi come unica forma di anestesia.
Il paziente, al termine dell’intervento, riferì di non aver provato alcun dolore.
Ancora oggi, l’ipnosi trova applicazione in sala operatoria, soprattutto nei casi in cui i pazienti siano allergici agli anestetici farmacologici.
Nel campo odontoiatrico viene utilizzata per estrazioni, impianti e piccoli interventi, garantendo un’assenza di dolore.
In ginecologia e ostetricia, è impiegata per aiutare le mamme a vivere il parto gestendo al meglio ansia e dolore.
L’ipnosi ha anche applicazioni mediche rilevanti.
Viene usata per trattare cefalee, emicranie, dolori articolari, dolori associati a patologie neoplastiche e malattie autoimmuni.
È inoltre efficace per ridurre ansia e dolore durante esami diagnostici invasivi.
In ambito sportivo, è adottata a livello agonistico per migliorare la concentrazione e le prestazioni degli atleti.
Anche nell’apprendimento, l’ipnosi si dimostra utile per potenziare le capacità mnemoniche e facilitare l’acquisizione di nuove conoscenze.
Questi esempi dimostrano come l’ipnosi possa essere utilizzata in tutti gli ambiti per la cura dell’uomo.
La sua versatilità e le sue potenzialità sono riconosciute e applicate in diversi settori, rendendola uno strumento prezioso e innovativo.

L’Ipnosi funziona sempre?
Rispondere a questa domanda non è semplice, soprattutto perché è molto generica.
Sebbene una persona possa entrare facilmente in uno stato ipnotico, ciò non garantisce necessariamente che sarà ricettiva agli obiettivi specifici del trattamento. Facciamo un esempio.
Se una persona vuole smettere di fumare con l’aiuto dell’ipnosi, potrebbe raggiungere lo stato di trance senza difficoltà, ma non rispondere ai comandi post-ipnotici impartiti durante la seduta.
Questi comandi, progettati per lavorare a livello inconscio sulla dipendenza, potrebbero non sortire effetto se il soggetto non è sufficientemente ricettivo.
L’efficacia dell’ipnosi dipende infatti da numerosi fattori personali: le credenze, le convinzioni, la personalità e altre caratteristiche uniche del soggetto.
Per questo motivo, mentre alcune persone possono trarre beneficio dall’ipnosi e superare, ad esempio, una fobia in una o più sedute, altre con lo stesso problema potrebbero non ottenere alcun risultato.
Non tutti i disturbi, infatti, possono essere trattati con l’ipnosi.
Prima di adottare questa tecnica, è essenziale che il professionista valuti attentamente sia il problema sia la storia del paziente, decidendo di conseguenza il trattamento più adatto.
Ricevo spesso richieste per sedute di ipnosi, ma non le accetto mai a priori.
È fondamentale prima conoscere il paziente, comprendere la sua problematica e valutare se l’ipnosi sia la strada giusta per lui.
In alcuni casi, l’ipnosi potrebbe non essere il trattamento ideale, e forzarne l’uso, solo per accontentare il paziente, rischierebbe di alimentare aspettative irrealistiche e compromettere il resto del percorso terapeutico.
Quando si decide che l’ipnosi è appropriata, è importante rassicurare il paziente.
Deve sapere che durante tutta la trance rimarrà cosciente e non perderà mai il controllo.
L’ipnosi viene utilizzata con successo in ambito medico e psicologico per trattare una vasta gamma di disturbi, tra cui ansia, stress, attacchi di panico, bassa autostima e dolore fisico.
Può aiutare a smettere di fumare, a perdere peso, a gestire il dolore durante piccoli interventi chirurgici, sia in ambito odontoiatrico che in chirurgia generale.

L’Ipnosi non è l’unica soluzione
Spesso si pensa che con l’ipnosi si possa curare tutto.
In realtà non è cosi.
L’ipnosi è una delle tecniche psicologiche, ma non l’unica.
L’efficacia del processo ipnotico, dipende da svariate dinamiche che vanno prese in considerazione.
Può rivelarsi un ottimo strumento per la cura degli attacchi di panico per alcune persone, mentre, risultare inefficace per altre.
E ancora.
In alcuni casi dove l’ipnosi ha fallito, altri metodi si sono rivelati risolutivi.
Pertanto, al di là della curiosità o fascino che una tecnica può suscitare, che sia ipnosi o altro, occorre sempre che sia il professionista a valutare che tipo di intervento da adottare, facendo attenzione, però, a chi presenta l’ipnosi come l’unica cura a tutti i mali.

Oltre le porte del tempo: l’ipnosi regressiva
Leggere le emozioni per comprendere le radici del malessere di una persona è fondamentale.
È il primo passo per entrare in contatto con l’inconscio.
Come psicologo ho potuto constatare come molti blocchi emotivi vengano rimossi e conservati nella nostra mente inconscia.
Ansia, rabbia e molte altre emozioni che esprimiamo sono spesso legate al nostro passato, al nostro vissuto, alla nostra storia.
Attraverso l’ipnosi è possibile viaggiare nel tempo e risalire all’origine dei nostri blocchi.
Per introdurre meglio l’argomento, riporto un caso esemplificativo.
Tempo fa venne nel mio studio una donna sulla cinquantina, accompagnata dal marito, con il quale era sposata da vent’anni.
Durante il colloquio la paziente mi disse che non aveva mai avuto rapporti sessuali completi.
Né con il marito né, in precedenza, con altri uomini.
Il solo pensiero di vivere un’esperienza intima, le provava dolore.
Un dolore mentale così forte che le impediva anche di essere visitata dalla sua ginecologa.
Durante la prima seduta di ipnosi regressiva la donna scoprì di essere stata violentata dal padre all’età di dodici anni.
A livello cosciente non aveva mai avuto alcun sospetto.
Era consapevole del rapporto conflittuale con il padre, ma non avrebbe mai immaginata di aver vissuto un abuso da parte sua.
Quando il ricordo emerse scoppiò a piangere tra emozioni di rabbia, dolore e delusione.
Ma nonostante il forte impatto emotivo, era arrivata alla radice del suo male che l’aveva tormentata per tutta la vita.
Dopo un paio di mesi la paziente riuscì ad avere il primo rapporto sessuale con suo marito.
Da quel momento la sua vita cambiò.
Rimuovere dalla coscienza eventi forti come quello vissuto da questa donna è un meccanismo di difesa che la nostra mente adotta negli istanti successivi a un trauma.
Se questo non accadesse, le conseguenze psicologiche potrebbero essere molto più drammatiche.
L’elaborazione del trauma viene affidato alla nostra parte inconscia.
È proprio la nostra mente inconscia a proteggerci e attraverso i sintomi che si presentano con il trauma.
Ansia, rabbia, odio e molte altre emozioni diventano strumenti che ci tengono lontani da ciò che rappresenta un pericolo.
Nel caso di questa donna, dopo la violenza subita dal padre, la mente aveva rimosso completamente l’accaduto.
Questo le aveva permesso di crescere e andare avanti con la sua vita.
Allo stesso tempo, l’inconscio aveva attivato una forma di protezione.
L’ansia, la paura e la rabbia che provava quando vedeva il padre erano sintomi che funzionavano come un meccanismo di difesa, per tenerla distante da chi le aveva fatto del male.
Il problema nel rapporto con il marito, e in precedenza con gli altri uomini, nasceva da quello che si chiama “effetto alone”, ovvero, quel fenomeno per cui la mente inconscia tende a generalizzare il pericolo.
Nel caso della paziente, la figura maschile veniva inconsciamente associata ad un potenziale aggressore.
Così, anche di fronte ad altri uomini, la mente faceva scattare le stesse reazioni di protezione, riconoscendo come pericolosa la figura maschile.
Attraverso l’ipnosi regressiva è stato possibile riportare alla luce le informazioni rimosse e avviare il processo di rielaborazione.
Vorrei sottolineare un concetto importante: la rimozione non è il problema, ma una forma di protezione della mente.
Rimuovere gli eventi traumatici è funzionale allo sviluppo e alla sopravvivenza psicologica della persona.
È l’inconscio che si prende carico dell’elaborazione dell’esperienza traumatica.
Non solo.
L’inconscio ci protegge anche da ciò e da coloro che sono stati la causa del nostro trauma.
Infatti, attraverso i sintomi ci tiene distanti dai pericoli.
Il problema psicologico nasce quando si manifesta l’effetto alone, cioè quando il sistema di difesa continua ad attivarsi anche in situazioni che non rappresentano più un pericolo reale.
La donna del caso descritto non doveva avere timore del marito.
La paura e l’ansia nel pensare al padre erano naturali e funzionali a proteggerla da chi realmente aveva abusato di lei.
Sta di fatto che l’oggetto del trauma, ovvero, la violenza sessuale, nel momento in cui viene portato alla coscienza, è necessario che venga elaborato affinché il processo di accettazione e di ridefinizione cognitivo-emozionale dell’evento possa compiersi.
Un caso simile riguarda una giovane donna che si presentò nel mio studio accompagnata dal marito.
La coppia era sposata da poco tempo e il problema riguardava una forma grave di bulimia.
La donna mangiava continuamente, a tutte le ore del giorno e della notte.
Era spinta da un desiderio incessante di cibo.
Per compensare le calorie ingerite svolgeva in modo ossessivo e compulsivo attività sportive, come ginnastica e corsa all’aperto.
Durante una seduta di ipnosi regressiva emerse un ricordo completamente rimosso.
Quando era piccola, all’età di sette anni era stata costretta da suo zio a subire un rapporto sessuale orale mentre la madre era fuori casa.
La paziente aveva totalmente rimosso l’accaduto.
Durante la seduta fu l’inconscio a rivelarle ciò che era successo da bambina.
In quel momento tutto diventò chiaro.
La donna aveva sviluppato la compulsione a mangiare in modo ossessivo come tentativo inconscio di “coprire” il sapore di quell’abuso.
Una volta rielaborato il trauma, la paziente iniziò gradualmente a vivere il rapporto con il cibo in modo più equilibrato.
Il suo peso tornò stabile e anche l’attività fisica cessò di essere un’ossessione.
La sua vita tornò lentamente alla normalità.

Ipnosi regressiva e vite precedenti
Alcuni pazienti, durante le sedute di ipnosi regressiva, rivivono traumi appartenenti a quelle che sembrano a tutti gli effetti delle loro vite precedenti.
Inizialmente anch’io ero sorpreso da questo fenomeno.
Col tempo però ho imparato che non è fondamentale credere o non credere alle vite precedenti.
Ciò che importa è l’effetto che questo fenomeno comporta.
Mi spiego.
Tempo fa una mia paziente venne da me perché aveva una paura inspiegabile del fuoco.
Una vera e propria fobia che le rendeva la vita difficile.
Ogni volta che si avvicinava ai fornelli, ad una persona che aveva un accendino in mano o, semplicemente, se guardava un film con scene incendiarie, iniziava a sudare freddo, si agitava e sentiva l’istinto di scappare via.
Questo le capitava anche se pensava alla possibilità che un incendio si potesse sviluppare in un luogo chiuso o su un mezzo di trasporto.
Durante una seduta di ipnosi regressiva, disse di trovarsi in auto e di vedere di fronte a lei un muro di macchine ferme in coda.
Provò in tutte le maniere a frenare ma non ci riuscì.
L’impatto fu tremendo.
La sua macchina prese fuoco e lei morì carbonizzata.
Al risveglio, mi disse che sentiva di non avere più paura del fuoco.
Nei giorni successivi la sua fobia era del tutto sparita.
Ora, ammettiamo che le vite precedenti non esistano e che tutto quello che ha raccontato la paziente sia stato frutto di fantasie inconsce.
Ciò che però non possiamo negare è l’effetto che questo racconto ha generato.
La donna, dopo la seduta, ha smesso del tutto di avere paura del fuoco.
Pertanto, quanto importa dimostrare se le vite precedenti esistano o meno.
Ciò che conta è il risultato che le tecniche di regressione alle vite precedenti determinano in un paziente.
Paragono sempre il fenomeno delle vite precedenti a ciò che accade nella nostra mente quando andiamo a dormire dopo aver bevuto molta acqua.
La nostra mente, stimolata fisiologicamente dall’esigenza di dover urinare, crea un sogno nel quale si è alla ricerca disperata di un bagno per soddisfare il nostro urgente bisogno.
Dopo una serie di tentativi, e trovando nel sogno il posto ideale per fare pipì, al nostro risveglio ci ritroveremo completamente bagnati.
La costruzione mentale di una vita precedente potrebbe seguire lo stesso meccanismo.
Un sogno creato a pennello da parte della nostra mente inconscia, faciliterebbe l’eliminazione del disturbo fobico.
Una sorta di canalizzazione creata appositamente per permettere alle nostre emozioni somatizzate di poter essere sviscerate.
Un po’ come succede nell’esempio che ho fatto della pipì.
Un altro caso interessante è quello di una ragazza che non riusciva a studiare medicina all’università.
Tutte le volte che si trovava di fronte a organi o corpi sezionati, o semplicemente alla vista del sangue, sveniva.
Non solo.
La paziente perdeva i sensi anche quando osservava delle semplici raffigurazioni o illustrazioni di parti anatomiche sezionate.
Un grande problema per il percorso di studi scelto.
Amava la medicina e non voleva rinunciarci.
Desiderava a tutti i costi di proseguire con l’università e arrivare alla laurea.
Venne da me per sottopormi il problema.
Decisi di sottoporla ad una seduta di ipnosi regressiva.
Durante il trattamento mi raccontò di trovarsi ai tempi del medioevo.
Si vedeva in una grande piazza circondata da un gruppo di persone che la tenevano bloccata accoltellandola ripetutamente.
Pezzi di organi e sangue schizzavano da tutte le parti fra il suo dolore lancinante e le risate dei partecipanti.
Al suo risveglio era esausta.
Non aveva la forza di parlare.
La lasciai riposare un’attimo.
Appena si riprese, senza chiederle null’altro la accompagnai alla porta e la lasciai andare a casa.
Nei giorni successivi ci sentimmo e con grande stupore mi disse che il problema era sparito.
Finalmente riusciva a seguire le lezioni più impressionanti di medicina.
Un altro caso interessante è quello di una mia paziente che soffriva di frequenti emicranie.
Dalle visite mediche non era stato riscontrato nulla che facesse pensare ad una causa di natura organica.
Venne da me per capire se il problema potesse essere di natura psicosomatica.
Durante la seduta di ipnosi regressiva si ritrovò all’istante in una vita precedente.
La paziente in quella vita era un ragazzino di circa nove anni che viveva in un orfanotrofio nel dopo guerra.
Stava giocando in giardino con i suoi amici quando, ad un tratto, un grosso albero gli cadde addosso schiacciandogli la testa.
Urlava dal dolore come se l’incidente le stesse capitando proprio in quel momento.
Quando si risvegliò, la paziente era frastornata e la lasciai riposare per un po’.
Alcuni pazienti dopo un’ipnosi regressiva hanno la necessità di riposare ed elaborare spontaneamente i ricordi riaffiorati.
Il giorno seguente mi chiamò dicendomi che stava bene e che il mal di testa le era sparito.
Aggiunse che mi avrebbe chiamato in seguito per aggiornarmi.
Sei mesi dopo mi telefonò, dandomi la notizia che da dopo quella seduta non aveva più avuto attacchi di emicrania.
Per me fu una notizia straordinaria. Ero felice che avesse risolto per sempre il suo problema.

Dall’ipnosi all’ipnokinesi
Gli anni di esperienza nel campo dell’ipnosi e nelle tecniche di rilassamento ipnotico mi hanno permesso di sviluppare un mio personale metodo di induzione ipnotica che ho chiamato “Ipnokinesi”.
Il termine “Ipnokinesi” nasce dalla combinazione di “ipno”, dal greco “sonno”, e “kinesi”, dal greco “movimento”.
L’ipnokinesi è un’induzione psico-corporea che consente di indurre uno stato ipnotico in un soggetto e di guidare quest’ultimo all’interno della trance mediante la stimolazione e il movimento di specifiche aree del corpo.
L’ipnokinesi è un metodo di induzione ipnotica utilizzato per la gestione dell’ansia, dello stress e delle emozioni bloccate che integra il movimento del corpo, la stimolazione di alcuni parti di esso e la comunicazione verbale e non verbale.
L’induzione può essere eseguita mentre il paziente è in piedi, seduto o sdraiato.
E’ fondamentale che, prima di iniziare l’induzione ipnotica, il soggetto stabilisca una forte fiducia con il terapeuta.
Prima di tutto, è essenziale chiarire che non si esegue un’induzione ipnotica senza aver fatto un colloquio preliminare con il paziente.
Durante questo colloquio, è fondamentale capire le motivazioni che hanno portato la persona a cercare un professionista e quali problemi intende risolvere.
Il colloquio fornisce informazioni preziose per decidere se l’Ipnokinesi è la tecnica più adatta e per mettere a proprio agio il paziente, informandolo su come si svolgerà la seduta.
È molto importante ricordare al paziente che non perderà mai né la coscienza né il controllo di se stesso durante la sessione.
Una volta completato il colloquio e fornito il giusto supporto, si passa alla parte pratica dell’induzione.
Il primo passo è verificare quanto il paziente abbia acquisito fiducia.
In piedi, con gli occhi chiusi e i piedi uniti, si proverà a osservare se si lascia andare a oscillazioni sollecitate dal professionista.
La morbidezza o rigidità dei muscoli, insieme alle espressioni facciali, forniranno indizi importanti sullo stato di fiducia raggiunto.
A questo punto, si può procedere alle tecniche di induzione vera e propria.
Una volta che il paziente è in uno stato ipnotico, si passa alla guida ipnotica.
Per guida ipnotica si intende orientare la focalizzazione del paziente verso stati mentali specifici per il lavoro che si vuole svolgere.
Ad esempio, se si desidera condurre una regressione alle vite precedenti, l’ipnokinesi amplifica gli stati mentali attraverso la stimolazione e il movimento delle aree del corpo necessarie.
A differenza delle tecniche di ipnosi tradizionali, l’ipnokinesi interagisce in modo molto più efficace con il corpo e la mente.
Infatti, durante lo stato ipnotico, gli stimoli fisici sul corpo interagiscono con gli stati mentali e le memorie coinvolte nella regressione.
Per capire meglio, mi rifaccio ad un caso clinico.
Qualche tempo fa, una donna si rivolge a me lamentandosi di un fastidio costante nella deglutizione.
Nonostante avesse consultato vari specialisti che non avevano riscontrato problemi medici, il disturbo sembrava essere di natura psicosomatica.
Durante la regressione, la donna tornò al momento della sua nascita, quando il cordone ombelicale si era avvolto intorno al suo collo, causandole una forte sensazione di soffocamento.
Per aiutarla a liberarsi dal trauma, le appoggiai le dita sul collo, dandole la sensazione di essere liberata.
Questa manovra permise alla paziente di sbloccare il trauma e far sparire il fastidio che la tormentava da anni scomparve completamente.
Un altro caso interessante riguarda una paziente che si sentiva “ingabbiata” nella sua vita.
Durante la regressione, scoprì di essere una prigioniera che cercava di fuggire dalla sua cella.
Capì che il suo conflitto era legato al sesto chakra, quello della progettualità.
Durante lo stato ipnotico, stimolai l’apertura di questo chakra, situato nella zona centrale della fronte.
Proprio in quel momento, la paziente mi disse che era riuscita a fuggire dalla sua prigione.
Al risveglio, la sensazione di essere intrappolata svanì, lasciando spazio a una forte motivazione a prendere in mano la propria vita e realizzare i propri progetti.
Questi esempi mostrano chiaramente come la stimolazione fisica possa influenzare in modo diretto gli stati mentali ed emozionali durante l’ipnosi.
L’Ipnokinesi integra le conoscenze delle discipline orientali e occidentali, introducendo un’innovazione nelle tecniche ipnotiche tradizionali.
Lo stato ipnotico e la guida verso determinati stati mentali ed emotivi non sono più indotti solamente da tecniche verbali e non verbali, ma anche dalla stimolazione dei sette chakra e dal movimento di specifiche zone del nostro corpo.
L’Ipnokinesi trova applicazione in vari ambiti del benessere psico-fisico, offrendo un metodo integrato e potente per il trattamento di problematiche di diversa natura.

Crescita e potenziamento personale
Fin da giovane mi sono dedicato alla mia crescita personale.
È stato un percorso continuo, fatto di riflessioni, esperienze e cambiamenti interiori, che mi ha permesso nel tempo di superare molte delle convinzioni limitanti che ostacolavano la realizzazione dei miei sogni.
Per molto tempo ho creduto che il destino di una persona fosse già scritto alla nascita.
E’ strano a dirsi, ma allora pensavo davvero così.
Non prendevo in considerazione l’idea che una persona potesse crescere, evolversi e progredire.
Con il tempo, ho capito che questi limiti sono nella nostra mente.
Così ho iniziato a lavorare su me stesso smantellando tutte quelle convinzioni che mi impedivano di fare ciò che davvero desideravo per la mia vita.
Molte di queste convinzioni sono radicate nell’educazione che riceviamo, nell’ambiente e nel contesto sociale e culturale in cui cresciamo e viviamo.
Con grande determinazione, sono riuscito a vedere le cose da una prospettiva diversa e a realizzare i sogni che avevo messo da parte.
Oggi, grazie a tutto il lavoro che ho fatto su di me, aiuto le persone credere in se stesse, a superare le paure e le insicurezze e a potenziare le loro risorse personali per trasformare in megio la loro vita.

Siamo il risultato dei nostri pensieri
È una frase che dico spesso alle persone con le quali lavoro sul loro cambiamento.
“Siamo il risultato dei nostri pensieri”, vuol dire che siamo come noi pensiamo di essere.
Se ci riflettiamo bene, infatti, la differenza tra una persona e l’altra sta in come ogni singola persona si pensa.
Tutto quello che noi vediamo di una persona, ciò che fa, ciò che dice, ciò che è, è il risultato del suo pensiero, di come si pensa.
E il modo in cui si pensa lo trasmette agli altri attraverso il suo comportamento, la sua comunicazione.
Siamo scatole biologiche, governate dalla nostra mente.
Un’affermazione forte, ma che esprime come la differenza fra un individuo e l’altro, dipende da come ciascuno di noi si percepisce, si vede, si pensa.
Un po’ come accade per i computer.
Possiamo avere hardware identici, ma la differenza fra un computer e l’altro, è data dal tipo di programma installato in ogni singola macchina.
Pertanto siamo ciò che pensiamo di essere.

Se una persona pensa di essere insicura, si comporterà come tale, e trasmetterà la sua insicurezza agli altri, in ogni sua azione, in ogni suo gesto.
Chi la osserverà dall’esterno, vedrà tutti i tratti della sua insicurezza e la “tratterà” come tale.
Ricevendo questo feed Back, la persona avrà conferma del suo essere insicura.
Tutto questo creerà un circolo vizioso che la porterà a pensare: “sono insicura, gli altri mi vedono insicura, dunque sono insicura davvero”.
Questo fenomeno, del circolo vizioso, ovvero, di come ci pensiamo e di come ci vedono gli altri, vale sempre.

Se ad esempio una persona si pensa sicura, ecco che la sua sicurezza verrà trasmessa in ogni suo gesto e comportamento, e verrà “trattata” dagli altri, come tale. 
 Anche in questo caso, la persona avrà conferma del pensiero che ha di se stessa. 

Ma perché ci pensiamo in modi diversi?
La risposta è semplice: perché ognuno di noi ha un vissuto diverso. 

Infatti, in base a come siamo stati educati, a quello che ci hanno detto di essere, all’ambiente in cui abbiamo vissuto, alle usanze e alla cultura della società in cui siamo cresciuti, sviluppiamo un’idea di noi stessi differente, l’uno dall’altra.

E in tutto il nostro percorso di crescita, ci vengono appiccicate delle “etichette” che ci ricordano chi siamo, cosa siamo capaci di fare o non fare, e in che cosa spicchiamo o in cosa siamo negati. 

Verrà creato cosi l’esercito dei talentuosi, dei capaci da un lato e degli incapaci dall’altro, dei dislessici, di chi ce la farà e di chi non ce la farà mai.
Etichette che per alcuni saranno un aiuto, per altri risulteranno una condanna.

La costruzione dell’identità
Ogni persona ha la sua identità. 

Alla domanda: chi siamo?
Noi rispondiamo con un elenco di caratteristiche che fanno parte della nostra persona.
Che ci identificano.
E quest’insieme di tratti, che ci caratterizzano, vanno dal lavoro che facciamo, allo sport che pratichiamo, dalla sensibilità che ci riconosciamo, alle attitudini e capacità che sviluppiamo. 

In sostanza, la nostra identità corrisponde a chi siamo.
E tutto questo viene costruito durante tutto il corso della nostra vita. 

Si perché l’identità non è statica, ma dinamica. 

Ogni giorno, con le nostre azioni, scelte e comportamenti, costruiamo la nostra identità. 

Lavorare sulla propria identità significa, modificare, integrare e potenziare tutte quelle caratteristiche con le quali desideriamo identificarci. 

Lavoro spesso con i giovani sulla loro identità.
Insegno loro cos’è veramente e in che modo costruirla, potenziarla e definirla. 

Dico loro di immaginare l’identità come un contenitore nel quale mettere dentro tutte le capacità, attitudini, talenti che possiedono o che desiderano possedere. 

In questo modo possono concentrarsi su quello che desiderano veramente diventare.
Si perché l’identità si compone di tutte quelle singole cose della vita che, strada facendo, conquistiamo.
Diventare cintura nera di Karate, completare un corso di disegno, raggiungere il diploma desiderato, conquistare il posto di lavoro ambito, sono tutti traguardi che vengono integrati e costruiscono la nostra identità.

Identità e autostima
Tra identità e autostima c’è un legame inscindibile.

Avere autostima significa avere stima di se stessi.
Essere soddisfatti di chi siamo.

In parole povere, autostima è piacersi. 

Ma piacersi cosa significa? 

Piacersi, significa che la nostra identità corrisponde alle nostre aspettative, a come noi desideriamo essere. 

Dunque, se la nostra identità ci piace, ovvero, corrisponde a come vorremmo che fosse, allora significa che abbiamo una buona stima di noi stessi. 

Tutto questo si traduce in una maggiore sicurezza in se stessi. 

Ed è per questo motivo che quando si lavora con una persona sull’autostima, è fondamentale lavorare anche sulla sua identità. 

Molto spesso, alcune persone nel contenitore dell’identità inseriscono “accessori” che non hanno nulla a che fare con le loro capacità o attitudini.

Per accessori, si intendono oggetti materiali come: case, auto, gioielli, ecc.
Costruire un’identità basata solo sugli accessori, ci porta a identificarci con ciò che possediamo, come ad esempio essere visti come quelli con la macchina bella, con la casa di lusso, con lo yacht a Montecarlo, ecc.
Ma se perdiamo questi accessori, la nostra identità ne risente. 

Al contrario, costruire un’identità solida su chi siamo piuttosto che su ciò che possediamo, ci permette di essere più sicuri di noi stessi e di sviluppare una grande autostima. 

In questo modo, possiamo godere di qualsiasi accessorio che ci piaccia, senza temere di perderlo.

Immagini, sensazioni e vocine mentali
Abbiamo visto che sono i nostri pensieri a costruire chi siamo.
Ma i nostri pensieri, non sono altro che immagini, sensazioni e suoni presenti nella nostra mente.
Essere il risultato dei nostri pensieri significa che nella nostra mente esistono delle rappresentazioni di noi stessi sotto forma di immagini, sensazioni e parole.
Se una persona si pensa insicura, nella sua mente, si manifesterà l’immagine di se stessa con una postura remissiva, accompagnata da sensazioni di imbarazzo e inadeguatezza e con una vocina che le ripeterà insistentemente quanto sia insicura. 

Queste rappresentazioni mentali si formano a livello inconscio, e sono la conseguenza delle esperienze relazionali che quella persona ha vissuto durante gli anni della sua infanzia e adolescenza.
Una sorta di programmazione che in modo inconsapevole guida i nostri comportamenti, scelte e azioni in base all’idea che noi abbiamo di noi stessi. 

Tutto questo, come abbiamo già detto in precedenza, costituisce la nostra identità, ovvero, chi siamo. 

Ma come fare se alcuni dei nostri aspetti non ci piacciono e vorremmo cambiarli?
Questa è una delle domande che mi viene posta più di frequente.
La risposta è: cominciare a pensarci nel modo in cui vorremmo essere. 

E questo lo possiamo ottenere attraverso la costruzione di immagini, sensazioni e parole che rappresentino le caratteristiche della persona che vorremmo essere. Mettiamo per ipotesi di essere insicuri e che vorremmo diventare più sicuri.
Ecco che dovremmo costruire un’immagine mentale di noi stessi, più sicura, con una postura eretta e con una vocina interiore che ci ripete costantemente quanto siamo sicuri.
Una sorta di mantra che coinvolge la notra parte visiva, auditiva e cinestesica.
Queste rappresentazioni mentali nuove andranno a sostituirsi con quelle inconsce legate all’insicurezza. 

Questi nuovi contenuti di pensiero daranno origine a un nuovo modo di pensarci, generando così nuovi comportamenti che verranno percepiti dagli altri.

Pensiero e comunicazione
Chi siamo, come ci pensiamo, come ci percepiamo, l’idea che abbiamo di noi stessi, le nostre sicurezze o insicurezze, le nostre ferite, il nostro temperamento, il nostro carattere, la nostra personalità, gran parte di quello che siamo, lo tramettiamo agli altri attraverso la nostra comunicazione.
Può sembrare strano, ma tutti noi, a colpo d’occhio, possiamo farci un’idea, una prima impressione, sulle persone che incontriamo, con le quali veniamo a contatto, con le quali interagiamo o, semplicemente, che osserviamo. 

Nella comunicazione sono contenute un mare di informazioni che riguardano la nostra persona. 

La comunicazione principalmente ci serve per comunicare fra di noi, per passarci informazioni utili, per aiutarci nella vita.

Ci permette di scoprire, instaurare relazioni, trasmettere conoscenze, condividere idee, sentimenti ed emozioni.
Insomma, la comunicazione è essenziale per la nostra esistenza. 

La comunicazione è vita.
Senza comunicazione non esisteremmo.
Ci saremmo già estinti.
Non avremmo potuto tramandare il lavoro, lo studio, la storia, le scoperte, la scienza e la tecnica.
Ma la comunicazione non riguarda solo i contenuti, il sapere e le informazioni.
Attraverso di essa, trasmettiamo tutta una serie di caratteristiche che riguardano: chi siamo, le nostre emozioni, i nostri affetti.
Tutto quello che conduce alla nostra persona. 

E tutto questo lo trasmettiamo attraverso il linguaggio del nostro corpo.

La comunicazione parla di noi
Ti sei mai chiesto perché siamo in grado di farci un’idea di una persona semplicemente guardandola?
La risposta è semplice: ognuno di noi trasmette una parte del proprio essere attraverso la comunicazione.
Infatti, possiamo subito riconoscere se qualcuno è sicuro, insicuro, timido, sfacciato, arrogante e così via.
La comunicazione, in fondo, ci rende trasparenti.
Le nostre insicurezze o sicurezze si riflettono nei movimenti del nostro corpo.
Una postura eretta, un comportamento deciso e sicuro, raccontano di una persona sicura di sé.
Al contrario, camminare a testa bassa, parlare con voce timorosa e esitare nei movimenti descrivono una persona insicura.
Essere consapevoli di questa trasparenza ci aiuta a capire quanto sia importante lavorare su noi stessi, per rinforzare la nostra personalità e diventare persone migliori.
Se mostriamo debolezza, corriamo il rischio che qualcuno ne approfitti.
Un esempio lampante è la dinamica vittima-carnefice.
Il carnefice, prima di sfogare i suoi istinti violenti, cerca una vittima.
Si concentrerà su chi mostra segni di debolezza, una persona che risulta facile da sottomettere.
Non attaccherà mai qualcuno che può dargli del filo da torcere.
Per esempio, difficilmente cercherà confronto con Mike Tyson.
Quindi, è fondamentale ricordare che non possiamo nascondere le nostre insicurezze.
Quando queste vengono percepite dagli altri, diventiamo vulnerabili.

I pensieri trasmessi dalla comunicazione
Come abbiamo visto, l’idea che abbiamo di noi stessi, come ci pensiamo, i pensieri che abbiamo, ecc., viene trasmessa attraverso la nostra comunicazione.
Pertanto, cambiare, significa creare un nuovo pensiero di noi stessi, di come vorremmo essere.
In questo modo avremo la possibilità di trasmettere agli altri la nuova versione di noi stessi.
Ma in che modo possiamo cambiare i nostri pensieri?
Come fare a formare un nuovo pensiero di noi stessi?
Il primo passo è osservare ciò che pensiamo di noi stessi.
Ascoltare la nostra vocina interiore, capire cosa dice di noi.
In altre parole, dobbiamo prendere consapevolezza di cosa stiamo comunicando agli altri di noi.
Il secondo passo consiste nel sostituire le parole che ci diciamo con altre più utili e positive, parole che favoriscano il nostro cambiamento.
Tempo fa una mia giovane paziente, mi raccontò che ogni volte che doveva conoscere nuove persone, provava una forte ansia e un grande imbarazzo.
Le chiesi: “Cosa ti dici in quei momenti?”
Dopo qualche istante di riflessione mi rispose: “Mi chiedo sempre se piacerò”.
Le spiegai che, dicendosi quelle parole, si stava automaticamente mettendo nella posizione di chi deve essere giudicato, di chi aspetta di vedere se sarà accettato o meno.
Per aiutarla a superare il problema, le suggerii di cambiare completamente prospettiva.
Ogni volta che si trovava davanti a persone nuove avrebbe dovuto chiedersi: “Queste persone che incontrerò mi piaceranno?
Meriteranno la mia amicizia?”
E così fece.
In poco tempo, tutti quei sentimenti di inadeguatezza e imbarazzo che la accompagnavano sparirono completamente.
Questo ci mostra che non solo i pensieri che abbiamo su noi stessi vengono trasmessi agli altri, ma anche le piccole domande che ci facciamo dentro la nostra mente hanno un impatto nelle relazioni con i nostri simili.
Immagina, ad esempio, di essere in fila alla cassa del supermercato.
Sei l’ultimo della fila e vedi una persona avvicinarsi.
In quel preciso momento cominci a dirti mentalmente: “Voglio vedere se ha il coraggio di passarmi davanti?”.
Con fare disinvolto, vedi la persona intrufolarsi davanti a te.
Seccato dal suo comportamento le dici: “Guardi che c’ero prima io!
E’ come da copione la persona ti risponderà: “Oh, mi scusi tanto, pensavo stesse ancora cercando qualcosa da comprare”.
In effetti, quando nella nostra mente ci facciamo la domanda: “vediamo se mi passa davanti?”, il nostro corpo assume inconsciamente una postura che rende possibile quella situazione.
Senza accorgercene, il nostro comportamento invita l’altro a fare esattamente ciò che non vorremmo.
Quest’ultima penserà che siamo ancora intenti a cercare dell’altro da comprare.
Funziona proprio così.
Questo meccanismo si manifesta in moltissime situazioni della vita quotidiana.
Ricordo anche il caso di una mia paziente.
Durante una festa vide una persona che le piaceva molto e che avrebbe voluto salutare.
Ad un tratto, quando questa persona si avvicinò, lei prese il cellulare in mano e iniziò a far finta di messaggiare.
E mentre era intenta a scrivere, nella sua mente continuava a ripetersi: “ vediamo se mi viene a salutare?”.
Ecco che però la persona passò accanto a lei senza fermarsi.
E’ molto probabile che la persona non si sia fermata per non dare disturbo o che abbia pensato che messaggiare al telefono fosse una scusa per non doverle parlare. Questo esempio ci fa capire come le domande che ci facciamo nella nostra mente possano influenzare il nostro comportamento e avere reazioni opposte dalle persone con le quali interagiamo o desideriamo interagire.
Attraverso la comunicazione non verbale, ci metteremo in una posizione di chiusura, di rifiuto.
Questo atteggiamento può creare risposte differenti alle nostre aspettative nelle persone che ci osservano facendole agire in modo contrario.
Pertanto, ogni volta che vogliamo che accada qualcosa nel relazionarci agli altri, occorre evitare nella nostra mente di non farci domande del tipo: “Vediamo se mi saluta?”, oppure: “Vediamo sei mi sorride?”.
Facendoci mentalmente queste domande, il nostro corpo reagisce al contrario.
Se nella mia mente mi chiedo: “Vediamo se mi saluta?”, è come se aspettassi che sia l’altro a fare il primo passo.
Data questa aspettativa, il mio corpo rimarrà fermo, in attesa di quel desiderato saluto.
Questo fenomeno creerà nell’altro perplessità e chiusura.
Esiste un modo molto efficace per ricevere dagli altri ciò che desideriamo.
E’ donare per primi ciò che vorremmo ricevere dagli altri.
Se ad esempio desideriamo che qualcuno ci sorrida, non dobbiamo aspettare che sia l’altro a farlo per prima.
Questa aspettativa ci chiude, ci mette in attesa che sia l’altro a sorriderci. 

Se invece saremo noi a sorridere per primi, l’altra persona spontaneamente ci sorriderà.
Questo comportamento metterà in atto un meccanismo quasi magico.
“Dona ciò che desideri ricevere”, è una delle frasi che amo di più.
Applicando questa regola nella nostra vita, ci permette di ricevere ciò davvero desideriamo.

Una nota sulla comunicazione umana
Siamo spesso portati a pensare che la comunicazione avvenga principalmente attraverso le parole.
Questa convinzione nasce dal fatto che, rispetto agli altri animali, siamo gli unici ad usare un linguaggio verbale.
Tuttavia, la realtà della comunicazione umana è molto più complessa e va ben oltre le parole.
Infatti, se consideriamo tutti gli aspetti coinvolti nel trasmettere un messaggio, le parole rappresentano solo una piccolissima parte della comunicazione, contribuendo per circa il 7%.
Il restante 93% è composto dalla comunicazione non verbale, ovvero tutto ciò che riguarda il nostro corpo: i movimenti, le espressioni facciali, e anche il tono della voce.
Per chiarire meglio questo concetto, prendiamo come esempio un semplice saluto.
Immagina di dire a una persona: “Buongiorno, Signora”.
In questo caso, le parole che usiamo sono solo due: “buongiorno” e “signora”.
Tuttavia, il vero significato di quel saluto non è determinato tanto da queste parole, quanto piuttosto dal nostro comportamento, dalla nostra postura, in particolare dal tono della voce e dai gesti che accompagniamo alle parole.
Supponiamo che io sia veramente felice di incontrare questa persona: il mio tono di voce sarà caldo, accogliente, e rifletterà tutta la mia gioia.
Se poi le stringo la mano, la mia stretta sarà accogliente, un gesto che trasmette affetto e cordialità.
In questo caso, le parole che pronuncio sono solo una piccola parte del messaggio, mentre il resto del messaggio – la mia gioia, il mio coinvolgimento emotivo, emergerà attraverso il mio corpo.
Al contrario, se non fossi contento di vedere questa signora, per esempio perché è arrivata in ritardo a un appuntamento di lavoro, nonostante dicessi ancora “Buongiorno Signora”, il mio tono di voce sarebbe distante, freddo, e forse un po’ seccato, esprimendo chiaramente la mia delusione.
In aggiunta, la mia stretta di mano sarebbe rigida, poco accogliente, un chiaro segnale di distacco.
La tensione nel mio braccio potrebbe anche impedire alla persona di entrare nel mio spazio personale, creando una barriera di confine invisibile che riflette il mio disappunto.
Questo esempio dimostra quanto, nella comunicazione umana, la parte verbale sia solo una piccola frazione del messaggio complessivo che trasmettiamo.
In effetti, gran parte della comunicazione avviene attraverso segnali non verbali, che includono i movimenti del corpo, le espressioni facciali, e soprattutto il tono della voce.
La comunicazione non verbale si riferisce a tutti i segnali che inviamo con il nostro corpo, come i gesti, le posture e le espressioni facciali.
È il tipo di comunicazione che si verifica senza l’uso delle parole, ma che è estremamente potente nel trasmettere emozioni e intenzioni.
Le espressioni facciali, per esempio, sono in grado di esprimere emozioni universali, come gioia, rabbia, tristezza e sorpresa, senza bisogno di una parola.
D’altra parte, la comunicazione para-verbale riguarda gli aspetti legati alla voce: il timbro, il volume, il ritmo, le pause e la modulazione.
Quando parliamo, non è solo il contenuto delle parole a essere importante, ma anche come queste vengono pronunciate.
Un tono di voce alto o basso, un’intonazione più dolce o più secca, una pausa drammatica – tutti questi aspetti conferiscono sfumature al messaggio che stiamo cercando di comunicare.
In termini di percentuali, la comunicazione non verbale contribuisce per ben il 55% alla trasmissione del nostro messaggio, mentre la comunicazione para-verbale rappresenta il 38%.
Solo il 7% della comunicazione è legato alle parole stesse, cioè al contenuto verbale.
Questo ci fa capire quanto le parole siano solo una piccola parte di ciò che realmente comunichiamo, e quanto, invece, il nostro corpo e la nostra voce siano strumenti fondamentali per trasmettere il vero significato di un messaggio.

Comunicazione e ferite dell’infanzia
Attraverso la nostra comunicazione, vengono trasmesse anche le nostre ferite.
Quelle ferite che ci caratterizzano e che hanno origine durante la nostra infanzia.
In base alle dinamiche affettive fra genitori e figli, possono svilupparsi nella prole ferite differenti come: l’abbandono, il rifiuto, l’umiliazione, il tradimento, l’ingiustizia. Se una bambina, ad esempio, non avrà le giuste attenzioni affettive da parte del padre, si sentirà poco amata, non considerata, non desiderata, ci saranno buone possibilità che sviluppi la ferita dell’abbandono.
Quando questa bambina sarà diventata grande, cercherà inconsciamente un partner, simile al padre, perché il suo inconscio, in quel modo, avrà la falsa illusione di poter aggiustare, attraverso il partner, il rapporto originario con il padre.
Naturalmente l’esempio citato della bambina è una delle dinamiche che possono verificarsi.
Ogni persona è a sé e in base alle dinamiche relazionali che si presentano in famiglia, si possono sviluppare differenti ferite.
Le persone con la ferita dell’abbandono, indossano la maschera della dipendenza e avranno una grande probabilità di incrociare partner simili al genitore con il quale la ferita si è sviluppata.
Ma ciò non accade per caso.
Come avviene per tutte le altre ferite, la ferita dell’abbandono, viene trasmessa attraverso il comportamento, le azioni, e il nostro modo di esprimerci.
L’eloquio della persona con la ferita dell’abbandono risulterà pieno di frasi del tipo: “non mi sento amata”, “non mi sento capita”, ecc.
Attraverso la comunicazione del suo corpo, trasmetterà tutti questi messaggi che appariranno attraenti agli occhi di chi inconsciamente sarà alla ricerca di tali caratteristiche.

Ma cosa sono le ferite dell’infanzia
Nei primi anni della nostra vita, si formano le prime ferite.
Sono ferite generate dalla prima relazione con i nostri genitori.
Queste ferite nel momento in cui si generano, faranno parte di noi per il resto della nostra vita.
Nelle relazioni che avremo da grandi saranno sempre presenti.
Saremo attratti da persone che ci accenderanno le stesse ferite.
Non sono solo i caratteri dei nostri partner a farci soffrire, ma i “fili” delle nostre ferite che smuovono attraverso il loro comportamento.
Io dico sempre che il partner tocca i lividi delle nostre precedenti ferite.
E non è il partner a provocarle.
Dunque, il dolore che noi sentiamo è causato dal livido di una ferita già esistente.
Non è un caso che ci ritroviamo ad avere a che fare con persone con caratteristiche simili ai nostri genitori.
Si crea una sorta di attrazione.
Queste persone vengono scelte dal nostro inconscio con l’illusione che attraverso di loro si possano guarire le ferite relazionali della nostra infanzia.
Secondo il modello elaborato da Lise Bourbeau, una delle autrici più conosciute nello studio delle ferite emotive dell’infanzia e che ha reso divulgativo il concetto, esistono cinque ferite relazionali fondamentali: il rifiuto, l’abbandono, l’umiliazione, il tradimento e l’ingiustizia.
Per la mia esperienza, da queste ferite non si guarisce.
Possono essere gestite o tenute sotto controllo, ma il segno che lasciano nella persona rimane.
Ogni ferita da origine a specifici comportamenti che vengono integrati nella nostra personalità.
E le tracce si osservano nella nostra comunicazione e nelle relazioni che instauriamo con i nostri simili.
Le ferite che caratterizzano una persona, infatti, si leggono dal comportamento, dalle azioni, dalle parole che usa, dal tono di voce e da dalla comunicazione del corpo. In poche parole, da come ci si approccia con le persone e con il mondo.
Durante l’interazione fra gli individui, le ferite possono riattivarsi e dare luogo a comportamenti eccessivi.
Comportamenti, non giustificati dal contesto relazionale.
Conoscere le nostre ferite è di fondamentale importanza.
Non solo per capire meglio le reazioni dei nostri interlocutori.
Ma, soprattutto, per gestire al meglio le nostre reazioni.
Ad ogni ferita, corrisponde una maschera.
Si, perché, la persona, per proteggersi, adotta un comportamento che le fa indossare una maschera.
Ecco, qui di seguito le corrispondenze:
Ferita: rifiuto => maschera: fuggitivo
Ferita: abbandono => maschera: dipendente
Ferita: umiliazione => maschera: masochista
Ferita: tradimento => maschera: controllore
Ferita: ingiustizia => maschera: rigido
Le maschere descrivono il comportamento che la persona mette in atto.
Una persona con la ferita del rifiuto, in una situazione dove si sentirà rifiutata, adotterà la maschera del fuggitivo.
Si sentirà esclusa, non accettata, come se non fosse abbastanza importante.
Avrà la sensazione di essere di troppo o di non essere desiderata.
La sua reazione sarà quella di allontanarsi.
Sfuggirà alla situazione, si farà da parte, eviterà il confronto.
Potrà chiudersi in sé stessa e preferire la solitudine piuttosto che rischiare un altro rifiuto.
In alcuni casi, sarà proprio lei ad allontanare le persone prima che siano loro ad allontanare lei.
Tenderà a nascondersi, a non esporsi e a non chiedere troppo agli altri.
Tutto questo perché, inconsciamente, sta cercando di proteggersi dal dolore del rifiuto.
Una persona con la ferita dell’abbandono, in una situazione dove si sentirà abbandonata, adotterà la maschera del dipendente.
Si sentirà sola, non amata, vittima delle circostanze.
Avrà la sensazione che nessuno la capisca davvero o che gli altri non le diano abbastanza attenzioni.
Proverà in tutte le maniere a riconquistare la vicinanza e l’affetto dell’altro.
Cercherà rassicurazioni continue.
Avrà bisogno di sentirsi importante, amata e considerata.
Potrà diventare particolarmente sensibile a ogni segnale di distanza o di distacco.
Anche piccoli comportamenti dell’altro potranno essere interpretati come una forma di abbandono.
Farà fatica a stare bene da sola e cercherà qualcuno che possa colmare il vuoto che sente dentro di sé.
Tutto questo perché, inconsciamente, teme di rivivere il dolore dell’abbandono.
Una persona con la ferita dell’umiliazione, in una situazione dove si sentirà umiliata, adotterà la maschera del masochista.
Si sentirà giudicata, svalutata e messa in imbarazzo.
Avrà la sensazione di non essere all’altezza o di non meritare abbastanza.
Tenderà a mettere i bisogni degli altri prima dei propri.
Farà fatica a dire di no e si caricherà di responsabilità che spesso non le appartengono.
Sopporterà situazioni che la fanno stare male pur di non deludere le persone a cui tiene.
Potrà sentirsi in colpa anche quando non ha commesso alcun errore.
Spesso finirà per sacrificare sé stessa per il benessere degli altri.
Tutto questo perché, inconsciamente, cerca di evitare di rivivere il dolore dell’umiliazione.
Una persona con la ferita del tradimento, in una situazione dove si sentirà tradita, adotterà la maschera del controllore.
Si sentirà delusa, ferita e profondamente arrabbiata.
Avrà la sensazione di non potersi fidare degli altri.
Tenderà a controllare persone e situazioni per evitare che il dolore si ripeta.
Farà fatica a delegare e vorrà avere tutto sotto controllo.
Potrà diventare sospettosa e diffidente.
Avrà bisogno di sapere cosa fanno gli altri e di prevedere ciò che potrebbe accadere.
Farà fatica ad accettare gli errori, le promesse non mantenute e i cambiamenti improvvisi.
Tutto questo perché, inconsciamente, cerca di proteggersi dal dolore del tradimento.
Una persona con la ferita dell’ingiustizia, in una situazione dove si sentirà trattata ingiustamente, adotterà la maschera del rigido.
Si sentirà ferita, frustrata e non compresa.
Avrà la sensazione di aver ricevuto un trattamento che non meritava.
Tenderà a trattenere le proprie emozioni e a mostrarsi forte anche quando soffre.
Cercherà di fare sempre la cosa giusta e pretenderà correttezza da sé stessa e dagli altri.
Farà fatica ad accettare gli errori, sia i propri che quelli altrui.
Potrà apparire fredda e distante, anche se dentro sta provando emozioni intense.
Avrà bisogno che le regole vengano rispettate e che le persone si comportino in modo coerente.
Tutto questo perché, inconsciamente, cerca di evitare di rivivere il dolore dell’ingiustizia.

Ognuno di noi ha occhiali diversi per leggere il mondo
Interpretiamo il mondo che condividiamo con gli altri attraverso il nostro vissuto, la nostra esperienza, i nostri traumi, le nostre ferite.
Viviamo tutti nello stesso mondo, ma attribuiamo emozioni e significati diversi agli eventi che succedono.
È come se ognuno di noi indossasse un paio di occhiali con filtri diversi per interpretare la realtà.
Per dirla come Richard Bandler e di John Grinder, i fondatori della Programmazione Neuro-Linguistica: la mappa non è il territorio.
Ognuno di noi costruisce una propria mappa sulla base del proprio vissuto e, attraverso quella mappa, legge e interpreta il mondo in cui vive.
Un esempio semplice, che spesso viene fatto, è quello del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.
La quantità d’acqua è esattamente la stessa, ma l’interpretazione cambia.
C’è chi è pessimista e dice che è rimasto solo mezzo bicchiere d’acqua da bere, c’è chi, invece, è ottimista ed è felice che ha ancora mezzo bicchiere d’acqua a disposizione.
Ma perché interpretiamo il mondo in modo così diverso?
Ogni individuo, partendo dal proprio vissuto, sviluppa una sorta di struttura interna che gli permette di leggere e comprendere ciò che accade intorno a sé.
Io chiamo questa struttura: substrato.
Il substrato è in sostanza quella struttura profonda formata dalla nostra personalità, identità, vissuto.
È ciò che si è formato dall’insieme delle nostre esperienze, dei traumi, dei valori e delle convinzioni che, nel tempo, hanno modellato la nostra percezione della vita. Per spiegare meglio questo concetto mi piace utilizzare una metafora.
Immaginiamo tre persone: attraverso il loro vissuto, hanno costruito un substrato differente: una di carta, un’altra di legno e un’altra ancora di metallo.
A un certo punto comincia a piovere.
La persona con il substrato di carta si bagnerà e, poco alla volta, la carta inizierà a sbriciolarsi.
La persona con il substrato di legno si bagnerà, ma con il tempo riuscirà ad asciugarsi.
Su quella con il substrato di metallo, invece, l’acqua scivolerà via.
La pioggia è la stessa per tutti.
La realtà colpisce tutti nello stesso modo.
Ma l’effetto che produce dipende da come siamo, dal substrato che abbiamo costruito.
Ecco perché, proprio come materiali diversi reagiscono in modo differente all’acqua, anche noi reagiamo in modo diverso alla realtà che ci circonda.
Tutto dipende da come il nostro passato ha modellato il nostro vissuto e dalla struttura interiore che, nel tempo, abbiamo costruito.

Il vero significato delle nostre emozioni
Mi piace analizzare le emozioni da un punto di vista evolutivo, cercando di comprendere il meccanismo che le governa e la loro funzione secondo le leggi di madre natura.
È un po’ come nell’informatica: sotto ogni software, alla base c’è il linguaggio macchina, composto da zeri e uno.
Allo stesso modo, esaminare le emozioni in chiave evoluzionistica ci permette di risalire alle loro origini, di capire perché esistono, qual è il loro scopo e come possiamo interpretarle al meglio.
Di solito siamo abituati a pensare che le emozioni si dividono in due categorie: emozioni positive ed emozioni negative.
E questa distinzione è spesso riportata nei libri di testo. 

In realtà questa suddivisione è errata.
Tutte le emozioni per la nostra esistenza sono positive.
Non esistono emozioni negative.
La vera distinzione è di suddividere le emozioni in due categorie: emozioni piacevoli ed emozioni spiacevoli. 

Le emozioni ci sono state donate dalla natura per guidarci all’interno del mondo in cui viviamo.
E questo è stato fatto con lo scopo di garantire la sopravvivenza e il proseguimento della specie.
E quale migliore strategia se non utilizzare come guida sensazioni ed emozioni piacevoli e spiacevoli.
Per guidare l’essere vivente a compiere tutte quelle scelte che garantiscono la sopravvivenza e il proseguimento della specie, la natura ha pensato di farlo attraverso sensazioni, emozioni e sentimenti piacevoli.
Prendiamo l’esempio del cibo.
Se non avessimo il piacere di mangiare, moriremmo di fame.
Infatti, proviamo piacere a mangiare proprio perché questo stesso piacere, ci spinge a procurarci del cibo, fondamentale per la nostra esistenza.
Allo stesso modo vale per il sesso.
Proviamo piacere a fare sesso perché questo ci porta a procreare e dunque garantire il proseguimento della specie ed evitare di estinguerci. 

La stessa cosa vale per tutte le altre sensazioni, emozioni e sentimenti piacevoli. 

Prendiamo ad esempio il sentimento dell’amore. 

Il desiderio di amare, ci spinge a incontrare persone con le quali stare insieme, formare famiglie, città e società. 

L’amore ci permette di vivere insieme, perché insieme c’è più probabilità di sopravvivere.
Stessa cosa vale per l’innamoramento.
L’innamoramento è diverso dall’amore.
L’innamoramento è un sentimento molto intenso.
Quando ci si innamora ci sentiamo totalmente coinvolti dalla persona che ci ha rapito il cuore. 

È il sentimento che ci spinge a desiderare una famiglia, dei figli.
Quando ci si innamora, è come se si perdesse la testa.
Siamo guidati dalla parte emotiva che emerge soffocando la nostra parte razionale.
Questo è il motivo per cui si fanno delle pazzie quando si è innamorati.
Anche le emozioni spiacevoli hanno il compito di guidarci verso la sopravvivenza e il proseguimento della nostra specie. 

Le sensazioni, le emozioni e i sentimenti spiacevoli li proviamo quando tutto quello che noi facciamo non è in linea con la nostra sopravvivenza dell’individuo e della specie.
Il loro compito è quello di richiamare la nostra attenzione attraverso il dolore e la sofferenza.
È la migliore strategia che la natura poteva escogitare. 

Si perché se stiamo andando verso una strada che mette a repentaglio la nostra sopravvivenza, quale sistema migliore del dolore e della sofferenza può richiamare la nostra attenzione.
Pensiamo ad esempio di trovarci di fronte ad un incendio.
Se involontariamente tocchiamo qualcosa che sta bruciando, ecco che nello scottarci, ritraiamo la mano istantaneamente.
Il dolore è il campanello d’allarme che ci fa distanziare dal pericolo.
È un meccanismo che ci permette di non danneggiare il nostro corpo, di sopravvivere, di proteggerci.
Se non si provasse la sensazione del bruciore e del dolore, la nostra sopravvivenza sarebbe a repentaglio.
La stessa cosa accade con l’emozione della paura.
Se ci troviamo di fronte ad una bestia feroce, l’emozione che proviamo è proprio quella della paura.
Grazie alla paura, il nostro organismo si prepara alla fuga per mettersi in salvo.
Pertanto, le sensazioni, le emozioni e i sentimenti spiacevoli hanno questo compito.
Ci avvertono che non siamo verso la strada giusta per la nostra sopravvivenza.
Ogni sensazione, emozione e sentimento, hanno una specifica funzione. 

Prendiamo per esempio il sentimento dell’odio. 

Quando proviamo questo sentimento nei confronti di una persona, la nostra reazione è quella di allontanarla o allontanarci da lei.
Se ci riflettiamo bene, il sentimento dell’odio, in questo caso viene per proteggerci.
La persona odiata potrebbe farci del male, essere pericolosa per la nostra vita.
Le sensazioni, le emozioni e i sentimenti, dunque, servono a guidarci come un navigatore nel territorio della nostra vita, garantendo la sopravvivenza e il proseguimento della nostra specie.

Il time-out delle nostre emozioni
Anni fa, quando mi iscrissi all’università, ero entusiasta di intraprendere quel percorso.
Completare gli studi era uno dei miei desideri più grandi, e avrei fatto qualsiasi cosa pur di raggiungere quel traguardo.
Dopo anni di sacrifici, quel giorno finalmente arrivò.
Eppure, una volta raggiunto l’obiettivo, mi resi conto che il valore che attribuivo alla laurea non era più lo stesso.
Mi chiedevo incredulo: com’è possibile?
All’inizio avrei dato chissà cosa per arrivare alla laurea, eppure ora, con il mio “trofeo” in mano, pensavo già a quale nuovo percorso intraprendere.
Con il tempo, ho compreso che questo fenomeno è un meccanismo che la natura ci ha donato.
Quando abbiamo un obiettivo, attiviamo tutte le risorse in nostro possesso per raggiungerlo, spinti da una forte motivazione.
Ma quando finalmente raggiungiamo quel traguardo, ci rendiamo conto che la soddisfazione che proviamo non è più la stessa di quando avevamo appena iniziato. Questo fenomeno accade per un motivo preciso: ci spinge a non fermarci, a cercare nuovi obiettivi da realizzare.
È un meccanismo di sopravvivenza che ci mantiene attivi e combattivi.
Se non fosse così, non avremmo mai nuovi obiettivi e ci fermeremmo al primo traguardo, venendo sopraffatti dalla vita stessa.
Questo è quello che chiamo il “time-out delle emozioni”.
Un meccanismo che ci aiuta a interrompere il piacere che, se prolungato, potrebbe diventare deleterio per la nostra vita.
Questo time-out è presente in tutte le emozioni piacevoli, che regolano i nostri processi vitali.
Prendiamo, ad esempio, il piacere del cibo. Se non ci fosse questo time-out, non smetteremmo mai di mangiare.

Psicologia ed evoluzione
Per comprendere la psicologia umana, è fondamentale studiare i meccanismi evolutivi della natura.
Ogni nostra azione è orientata alla nostra sopravvivenza e al proseguimento della specie, e sono le emozioni a guidare i nostri comportamenti verso questi obiettivi. Grazie alle emozioni, rispettiamo programmi vitali che ci permettono di vivere fin dai primi istanti della nostra esistenza.
Fin dall’inizio, siamo dotati di istinti ed emozioni che puntano alla nostra sopravvivenza.
Il neonato cerca automaticamente il latte materno e gli abbracci della madre, gesti che gli permettono di nutrirsi e di ricevere affetto e attenzione.
Allo stesso modo, l’amore che i genitori provano per il loro bambino fa sciogliere i loro cuori e li spinge a prendersi cura di lui, proteggendolo dai pericoli.
L’aspetto tenero dei cuccioli innesca un istinto di protezione, facendo nascere il desiderio di accudire i bambini affinché possano crescere sani e al sicuro.
L’amore reciproco tra genitori e figli è fondamentale per la loro sopravvivenza: il figlio cerca il genitore, il genitore cerca il figlio, e questi legami garantiscono la continuità della vita.
Nell’infanzia, è essenziale che si sviluppi una relazione affettiva funzionale tra genitori e figli.
Grazie a questa relazione, i genitori trasmettono alla prole gli insegnamenti necessari per affrontare la vita, oltre agli aspetti culturali della famiglia e della società, preparandoli a vivere in comunità e seguire codici e regole comuni.
Anche l’aspetto affettivo, oltre a quello culturale, deve essere trasmesso ai figli.
Una relazione basata sull’amore e sulla cura favorisce lo sviluppo della sfera emotiva del bambino, insegnandogli a esprimere le proprie emozioni e a costruire rapporti sani con gli altri.
Vivere in comunità, infatti, aumenta le nostre probabilità di sopravvivenza, e l’amore è il sentimento che ci unisce, permettendoci di formare famiglie, città e società. Ecco perché la natura ci ha dotato di questo sentimento: l’amore deve essere trasmesso di generazione in generazione, perché attraverso di esso possiamo garantire la nostra sopravvivenza.
Le ricerche dimostrano che i bambini che ricevono amore crescono più sereni e felici.
Gli adulti che hanno ricevuto amore da piccoli tendono ad essere più soddisfatti della loro vita, e la capacità di dare e ricevere amore favorisce lo sviluppo di relazioni sane in tutti gli ambiti, sia professionali che personali.
Tutto questo ci porta a provare emozioni piacevoli come la gioia, la soddisfazione e la contentezza, che sono il segno che stiamo seguendo la giusta strada.
La felicità si prova quando le nostre azioni sono dirette verso la nostra sopravvivenza e il benessere collettivo.

Adolescenza ed evoluzione
L’adolescenza è spesso descritta come quel periodo turbolento in cui i ragazzi iniziano a ribellarsi ai genitori, a rispondere male, a comportarsi in modi imprevedibili, tanto da far sembrare ai genitori di aver perso il controllo della situazione.
Tuttavia, se analizziamo questo periodo da un punto di vista evoluzionistico, tutto assume un senso preciso.
L’adolescenza segna il momento in cui i ragazzi si preparano a condurre una vita autonoma.
Sono ormai fisicamente e biologicamente adulti, in grado di badare a se stessi, riprodursi e, in sostanza, costruire una propria famiglia.
Questo passaggio non avviene senza attriti: gli scontri e i disaccordi che spesso emergono tra adolescenti e genitori non sono altro che un meccanismo naturale per favorire il distacco dai legami familiari di origine e promuovere l’indipendenza.
Immaginiamo, per un momento, se i figli adolescenti andassero sempre d’amore e d’accordo con i genitori.
Cosa li spingerebbe a lasciare la casa familiare?
Senza conflitti, non ci sarebbe il bisogno di cercare una propria autonomia e di costruire una vita indipendente.
Proprio qui entra in gioco la “strategia” della natura, che attraverso i contrasti dell’adolescenza crea il distacco necessario per favorire la formazione di nuovi nuclei familiari.
Anche la maturazione sessuale, che avviene durante questa fase, svolge un ruolo cruciale.
La tempesta ormonale tipica dell’adolescenza spinge i ragazzi a cercare un partner, a innamorarsi e a gettare le basi per concepire figli e costruire una nuova famiglia. Questo processo biologico, apparentemente tumultuoso, segue un preciso piano evolutivo volto alla sopravvivenza e alla continuazione della specie.
Tuttavia, questa spinta biologica si scontra oggi con le esigenze culturali.
In passato, una volta raggiunta l’adolescenza, i giovani lasciavano presto la famiglia per iniziare una nuova vita autonoma.
Oggi, invece, il progresso e le trasformazioni sociali hanno modificato profondamente il nostro percorso di vita.
Per prepararsi alle sfide del mondo moderno, è necessario studiare più a lungo e acquisire competenze specifiche per entrare nel mondo del lavoro.
Questo ritarda inevitabilmente l’indipendenza, portandoci a restare in famiglia ben oltre l’adolescenza.
Di conseguenza, la maturità biologica e il desiderio di indipendenza che emergono durante l’adolescenza si trovano in conflitto con le regole sociali e lavorative. Spesso si inizia a costruire una famiglia solo dopo i trent’anni, quando la stabilità economica e lavorativa è raggiunta.
Tuttavia, ciò comporta sfide ulteriori, poiché la fertilità biologica inizia a declinare proprio in questo periodo.
Questi paradossi, che abbiamo creato attraverso il progresso culturale, incidono profondamente sulla nostra psiche e sul nostro benessere.
La spinta biologica verso l’indipendenza e la riproduzione precoce viene soffocata dalle aspettative e dalle regole della società moderna.
Allo stesso tempo, rimandare troppo i passi fondamentali per la creazione di una famiglia ci espone a difficoltà che vanno contro le leggi naturali della biologia.
Resta quindi una domanda aperta: quanto possiamo spingere la cultura oltre i limiti della biologia?
E fino a che punto possiamo considerare il progresso come tale, se ciò che esso genera contribuisce a creare disagio e squilibri profondi?

To be continued…
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